Chieti e Provincia Edizioni L'Atelier
1 Febbraio 2026, 06:38
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XVIII - I colleghi
Redazione
Le giornate intense si succedevano alle giornate intense: la partenza di G. poco aveva inciso sulla cadenza dei ritmi. Certo, per una comitiva affiatata la perdita di un protagonista è come una mazzata sulla schiena di un romeo. Ma si sa che l’esistenza è una tiranna capricciosa e che le stagioni felici sono propedeutiche a quelle della maturità: da un lato le esigenze della vita aumentano con l’età; peraltro ogni anno che passa lascia il posto a quel pizzico di saggezza che, se è indispensabile all’arricchimento interiore, costituisce pur sempre una remora all’estrinsecazione del brio giovanile. Travetti avvertiva il lento processo di maturazione. Lo avvertiva dentro e lo vedeva fuori, nel progressivo distacco degli amici: le partenze, i fidanzamenti, i matrimoni... E in quei momenti indulgeva al ricordo nostalgico delle cose care e, subito dopo, alle considerazioni sul legame più immediato che lo univa alla realtà. Quando si avvicinavano le vacanze, fossero natalizie o pasquali o estive, un’atmosfera di smobilitazione psicologica lo avvolgeva e gli consentiva di proiettare sullo schermo della fantasia l’immagine delle balze dei monti, della neve, del paesaggio, e finanche dei rozzi tavoli della bettola del paesello nativo. In un clima sereno si sentiva friccicarello e pio nei confronti delle persone che avevano la ventura di dialogare con lui; sembrava più leggero il compito di sistemare le carte. Attorno tutto era simpatico, anche i ragazzi del bar vicino all’ufficio. Ma ciò che era più simpatico, in quel fervore, erano le figure dei colleghi, che, restassero a smaltire la calura estiva o andassero a grattarsi la pancia su qualche spiaggia lontana, per tutto l’anno avevano diviso con Travetti la monotonia della onesta burocrazia provinciale: nella dimensione piccolo borghese, cioè, dove dietro agli impiegati si disegnava la figura degli uomini.
Il personale non era sempre lo stesso: c’erano stati degli avvicendamenti imputabili ai trasferimenti, ai collocamenti a riposo, ecc. Il dottor G. (don Salvatore, come lo chiamò poi il caro collega S., che diventò più importante di lui), a parte il rispetto dovutogli per il vincolo gerarchico, meritava l’omaggio che si porta all’uomo compassato, serio, leale e preparato. Al momento giusto sapeva anche sorridere. Il portamento austero e la figura snella lo avrebbero fatto scambiare con un baronetto inglese; invece era un figlio della calda Trinacria. Restava però sempre quel collega: P., padre esemplare, gran lavoratore, che, quando mancava in ufficio (il che avveniva poche volte), la sua assenza si avvertiva. Era stato lui ad ammonire Travetti, arrivato da poco e perplesso sulla procedura suggerita dal Ministero nell’espletamento di certe pratiche, ad esclamare che “s’ha cagnàte lu mònne!”. S. era un atleta puro: aveva praticato il gioco del calcio, e soltanto le pressioni della madre ed il fastidio ad una caviglia in disordine l’avevano inchiodato alla scrivania di fronte, su cui - le mamme non sbagliano mai - costruì la carriera del pezzo grosso.
Commemorazioni e commiati- In una delle frequenti puntate a Roma Crescenzo andò ad assistere ad una delle sfilate con cui gli Alpini in congedo, periodicamente, solennizzano il loro spirito di corpo. Restò appollaiato su una scarpata prospiciente il Colosseo accanto a montanari che, abituati ad affrontare rocce ed a scavalcare montagne su sentieri sassosi, non se l’erano sentita di marciare sull’asfalto di Via dell’Impero; vicino a lui era un’anziana domestica piemontese che pretendeva di tradurre nella lingua italiana i testi dei canti della montagna. Molti Alpini erano vecchi. C’erano penne bianche col pizzetto bianco e penne nere dalle barbe incolte. Tutti avevano ritrovato la baldanza e il passo dei vent’anni, il passo del tempo dell’Ortigara, del Grappa, del Montello, di Perati. E, quelli che sfilavano, lo cadenzavano, nella Roma dei Cesari, sotto il sole di una splendida primavera. Travetti, accovacciato sull’erba, stimò opportuno proteggere il deretano dai residui della rugiada primaverile. Scorse non lontano un giornale spiegato: era di un Alpino che stava chiacchierando con un vecchio commilitone. Il nostro tirò a sé pian pianino quella carta stampata e ne protesse i lombi. Quando quello lo vide sui suoi fogli, prima restò pensoso e poi, quasi per una sorta di pudore, fece finta di non aver visto. Ma, trascorso qualche tempo, con il cipiglio di quando era andato all’assalto, si mise a fissare l’intruso; questi capì la sonata e si alzò. Allora l’altro, come un fulmine, piombò sul giornale e se lo riprese. Simpatici, gli Alpini!
Dopo qualche giorno Travetti tornò a lavorare in provincia. Ricorreva l’anniversario di quando quel grosso rapace aveva turbato la sua intimità e la quiete del campanile dell’antica abbazia di San Liberatore. Pel pomeriggio organizzò un pellegrinaggio. La coltre bianca s’era ritirata dalle pendici della Maiella. Le rondini erano tornate a saldare il conto con San Benedetto, il Santo della primavera, e lui se ne riandò sul piccolo sagrato che quattrocentoottantatré anni prima lo aveva ospitato, monaco ormai passato all’altra vita, sul verde accarezzato dall’ombra dei pini: era stato priore, nella vita dei mortali e nella fantasia, 483 anni prima. Rivide i “suoi” frati nel piccolo cimitero abbandonato, fra le croci sconnesse su cui si affacciava l’antico edificio. Ma i suoi amici, quelli del pellegrinaggio (profano), sconvolsero la pace del luogo sacro: il ping-pong volle la sua parte, e il mangiadischi di Franco pure. Giocarono, ballarono, fino a quando li avvertì la prima oscurità; ma l’argomento più convincente fu lo stimolo della fame. Scesero a Manoppello come lupi; la serata mite e tranquilla li aiutò a smaltire vino e peperoncini in quel di “Femminella”. Lontano, sulla malconcia costruzione dissacrata dai giochi, scendevano le ombre della notte interrotte da un soffuso lucore artificiale: erano le candele che proiettavano la luce fioca sulle finestre di qualche casolare o erano le prime lucciole?
Perché l’”abate” (anche così lo aveva chiamato scherzosamente qualche amico) aveva fatto il “pellegrinaggio” a San Liberatore il giorno prima che gli fosse comunicata la notizia del trasferimento? Una premonizione? E’ vero che c’era andato tante volte, alla sua prediletta abbazia, ma... Quella volta l’accadimento, associato alla clamorosa imminente novella, assumeva la tinta del mistero; hai un bel dire se ti sforzi a dimostrare che un fatto, anche il più banale (ma andarsene da Chieti non era un fatto banale), sembra soprannaturale solo perché viene preceduto da un altro episodio ad esso emotivamente collegato.
Il trasferimento- Una bomba! Il capo del personale comunicò a Travetti il trasferimento che costui aveva avuto con decorrenza 1° maggio 1968. La felice parentesi teatina si chiudeva proprio in coincidenza con la festa dei lavoratori! L’interessato rimuginò sull’episodio deamicisiano raccontatogli dalla mamma due settimane prima. Era successo che costei, già insegnante elementare, era andata in pensione dopo aver prestato lodevole servizio per quarantacinque anni. Ininterrottamente e con somma solerzia e diligenza, appena il tempo di partorire i figli: definiva i suoi alunni “i figli dell’anima”. La Scuola volle rimeritarla proponendola per l’assegnazione della onorificenza più ambita (esattamente le fu decretata l’autorizzazione a fregiarsi di Medaglia d’Oro. Così, quando la Maestra fu invitata alla premiazione dai notabili del Ministero P.I., approfittò della gratitudine manifestata dagli stessi ed espresse il desiderio che si cominciasse a ricostituire il suo nucleo familiare. E Travetti ebbe il trasferimento che aveva chiesto nel lontano 1963 ed a cui ormai più non pensava! Ora, considerati le non ottime condizioni di salute del padre e il desiderio dei genitori, non poteva rifiutare e si doveva decidere a lasciare Chieti. Purtuttavia accusava un senso di colpa verso i colleghi, i quali lo guardavano perplessi dopo l’annuncio; quasi a cercare una giustificazione, scrisse sui bigliettini che lanciò sui tavoli degli amici: se l’affetto dei cari aveva lievitato un comando imperioso, pure egli lasciava una buccia di ventricolo alla cittadina dove aveva trascorso più di un lustro e dove aveva incontrato gli amici di tante avventure. I colleghi rispondevano, fra una pratica e l’altra, parole di saluto e le affidavano a quella strana forma di corrispondenza che s’incrociava sulle scrivanie. Su una cartuccella partita dalla postazione di L. c’era scritto un pensierino tratto da una lettera che Cristoforo Colombo aveva spedito alla regina di Castiglia: “Se bien el cuerpo camini usted el coraçon esta alì de continuo”; Marisa disegnò su un cartoncino, che l’interessato conserva, l’abbazia di San Liberatore, volendo ricordare così l’attaccamento che Enzo aveva mostrato per l’abbazia romanica. E, dato che la buccia di ventricolo si stava staccando, lui ci appiccicò una “carrellata” postale: così, tanto per commuoversi...
Il 21 aprile di qualche millennio dopo ch’era nata Roma fece la cena d’addio. Fu alla “Nave” di Francavilla, dove, alcuni anni prima, aveva imparato a gustare il pesce. Ora, più che per dare un certo tono alla ricorrenza, per cercar di addolcire il magone e “depurare” l’aria di smobilitazione che incombeva, volle consumare con una rappresentanza di amici l’ultima cena da residente marrucino con loro. Menù: antipasto di mare, maccheroni alla bucaniera, spiedini arrosto, frutti di mare, macedonia, frutta e bevande varie. Inutile dire che quella sera non fu allegra e spensierata come le altre. Qualcuno si provò a ravvivarla; ma i muri del locale sembravano più grigi del solito!
La partenza- E la mattina del 27 aprile partì da Chieti come un emigrante: lasciava la sua scrivania onde assumere servizio nella metropoli romana. Travetti aveva il cuore forte; ma se qualche botto l’aveva sentito in diverse casse toraciche, anche nella sua... Quando lasciò Piazza Trento e Trieste piangeva da un occhio ma non dall’altro perché sapeva che sarebbe tornato a vivere con i suoi cari; però quanti ricordi! Qualche ora prima di lasciare l’Ufficio gli amici della sezione gli avevano messo in tasca un biglietto su cui era scritto: “Como las medànas de oro... Noi ti abbiamo riconosciuto amico, conserva anche tu l’amicizia per noi. Cum amicitia absentes adsunt (Cicerone)”. E poi le firme. I ricordi, ripeteva Lucio da Juan Ramon Jiménez, anche perché sapeva che la similitudine piaceva pure al partente, sono come le spighe di grano che vanno e che vengono al soffio del vento. Crescenzo giurò in cuor suo che avrebbe sempre fatto rilucere nella memoria, tra las medànas de oro, le immagini di quegli Amici, immagini che avrebbe conservato fresche e profumate non meno del pane appena sfornato e fatto con quelle spighe d’oro. Un momento prima della partenza, poi, i colleghi sistemarono nell’automobile di Crescenzo un enorme mazzo di fiori. La simpaticissima signora Velia (una non più giovane insegnante, forse più commossa del partente) si era incaricata di raccogliere le firme apposte su un biglietto immerso nel mazzo (biglietto che fu anch’esso conservato gelosamente dall’interessato). C’era scritto: “Gli amici del Provveditorato agli Studi di Chieti ti rivolgono il saluto più cordiale e l’augurio per un felice avvenire nel giorno del tuo trasferimento a Roma”. Le firme, da quella del Provveditore a quella dell’usciere più giovane, erano una sessantina: press’a poco corrispondevano al numero degli impiegati allora compresi nell’organico dell’Ufficio. (Continua)


