Sfaccettature di Cocullo

Porta Ruggeri, la Speziarìa e l’Arco Sant’Orsola

Ho scritto nella prima puntata che il toponimo più importante di Cocullo potrebbe essere quello di un lontano discendente di Jacovella Ruggeri; però di quel personaggio non abbiamo alcun ritratto, sibbene solo una menzione in un manoscritto pergamenaceo della fine del ‘500. Al contrario ho una foto purtroppo recente di un locale, certamente medioevale, che è proprio vicinissimo alla Porta Ruggeri, quando era gestito alla fine dell’Ottocento dal medico chirurgo Ferdinando Renzi, ma prima ancora dal farmacista Gian Camillo Renzi. 
Dopo aver pensato di scrivere questo saggio, telefonai all’ultimo discendente cocullese, non più residente in questo paese, per chiedergli notizie se egli fosse in possesso di fotografie di suppellettili e utensili usati dagli avi speziali: lui rispose, premettendo quali fossero oggi i contenuti dei due locali vicini o adiacenti alla spezieria; oggi non c’è più alcuna suppellettile del tempo che fu. Neanche nella casa di abitazione resta alcuna traccia; si tenga però presente che vari rami della famiglia si sono sparsi in diversi centri della Penisola.
Ma prima diamo uno sguardo al fenomeno della spezieria. Questa istituzione (a Cocullo chiamata “speziarìa”) potrebbe affondare le radici, ufficialmente, nell’Alto Medioevo, ma è radicata  nell’immemorabile: intanto è uno sviluppo degli studi dell’erboristeria e della farmacologia alimentati nella Scuola Salernitana, ed esaltata dai monaci e dalle monache insediati nei monasteri soprattutto dei paesi montani, dove i medici erano pochi e quindi il ceto popolare preferiva frequentare gli speziali, i quali con i loro alambicchi distillavano le erbe conosciute e medicamentose per i rimedi ai pazienti poveri. Quei monaci erano esperti conoscitori dell’erboristeria. Infatti le erbe, combinate con le materie conosciute nei vari tempi formavano rimedi. Pare che la nascita della medicina in Abruzzo sia stata rinvigorita a Sulmona nel 1300 nell’ospedale della SS. Annunziata e nel convento di Sant’Antonio da Padova (forse nello stesso periodo nacque a Cocullo lo “spitale” di Sant’Antonio abate da Vienne- Francia). Ma pare che addirittura durante la Guerra Sociale nei centri abitati nei dintorni e vicino Corfinio ci si fosse serviti di unguenti, ecc. 
E, ancora prima, Omero aveva scritto di rimedi galenici.
Restiamo nei pressi di Porta Ruggeri. Vicino alla targa civica esistono due locali adiacenti e un altro separato dalla via che sale da detta via Porta Ruggeri verso il Rione San Nicola: dopo quest’ultimo locale, tuttora agibile, appare poco più su una porta/finestrone ora murata, tuttora contrassegnata in alto a destra da una data scalpellata che risale al 1513 (o al 1413 poiché la seconda cifra è poco leggibile). Questi locali sono vicinissimi al castello restaurato nel ‘585 e sorgono ai piedi del maniero al quale era annessa l’armeria proprio di fronte alla farmacia. Pochi metri dalla farmacia, visibile dalla parte nord del paese, ecco l’arco – molto profondo che forma una galleria come un passaggio coperto che appare con la volta a botte-, le cui pareti poggiano sulla roccia del colle e che sostiene edifici medioevali. Poco oltre, dopo l’arco, si intravede a destra l’Arco Sant’Orsola mentre, volgendo lo sguardo in alto a sinistra, s’intravede la bifora.
Dopo l’Arco Sant’Orsola e forse nel caseggiato adiacente abitavano suore Orsoline.
Oggi “l’Arco S. Orsola” è coperto e lungo pochi metri: regge edifici, separato da una cinta esterna del complesso da una via trasversale che potrebbe ricalcare la traccia di uno scomparso fossato. La divisione dei beni e la soppressione di quelli feudali ha reso vani d‘abitazione distinti, mentre, sotto l’arco, inizia una via, in discesa, continuazione del centro storico. Su un muro dell’arco resta qualche traccia di una rozza e sbiadita intitolazione, scritta a mano con una vernice nera e, accanto, delle piastrelle di ceramica con l’intitolazione moderna.

SANT’ORSOLA BENINCASA
Oggi, della famiglia Benincasa borghese, a cui appartennero Santa Caterina da Siena e Sant’Orsola, sappiamo poco; conosciamo invece i rami nobiliari, da cui derivò quello di S. Orsola, diffusi in tutt’Italia. Già all’alba del nuovo secolo (Mille) i nomi di persona si unirono ad appellativi di vario genere (stato o condizione sociale, difetti o pregi, patronimici od agnatizi, attività, usi ecc.; solo nel ‘500 gli appellativi diventeranno cognomi e saranno obbligatori), specialmente alle famiglie nobili o possidenti per motivi ereditari. Quindi tutti i Ben-in-casa derivarono dal ceppo che poi si moltiplicò soprattutto a Siena e nel Meridione, ma sappiamo con certezza soltanto da quando attinsero la nobiltà: nel ‘200 un rampollo della famiglia, segretario e valoroso militare dell’imperatore Barbarossa (quindi pure re di Sicilia che albergò spesso nel palazzo reale di Palermo), diventò barone. Entro il secolo successivo si formarono altri rami per vari spostamenti: una meta fu la Campania. Questo ramo ora interessa di più: lo originò un Pierleone che poi fece il coppiere a Napoli alla regina Giovanna (seconda metà del 1300). A quella linea apparteneva Sant’Orsola, da giovanissima dedita alle preghiere. Adolescente, cercò di entrare nelle clarisse cappuccine, ma invano; allora, verso il 1580, andò a fare l’eremita sul Vomero. Già mistica, ebbe parecchie discepole e divenne creatrice delle romite e delle oblate dell'Immacolata Concezione (oggi suore teatine). Nel 1582 si recò da Gregorio XIII, e, accesa controriformista, gli disse che in un’estasi (in quel tempo le estasi erano viste con sospetto dalla Chiesa) Dio l’aveva pregata di riferirgli l’esortazione a riformare la Chiesa: il papa fece esaminare la suora da una commissione di cui faceva parte anche Filippo Neri[1], il quale infine ne riconobbe doti soprannaturali, ma non ne condivise l’amore per la solitudine eremitica, per cui  la suora successivamente dovette sottoporsi ai controlli di un ordine religioso maschile. Trascorso del tempo, i commissari suggerirono alla mistica di riordinare le oblate (in verità la realizzazione di questo proposito era già prevista in un vecchio desiderio della santa e nel testamento della stessa: cioè in un Ordine che poi fu quello del nascente ordine di clausura femminile in seno a quello fondato da San Gaetano da Thiene (Chierici Teatini): il che avvenne poco dopo la morte fisica di Sant’Orsola (1620). Nello stesso anno iniziò la costruzione (terminata alla fine della metà del 1650) del monumentale complesso destinato ad ospitare le eremite. Dopo mesi di stringenti interrogatori (era il tempo dell’Inquisizione) Orsola era potuta finalmente tornare a Napoli, dove fondò (1582) la Congregazione delle oblate della SS. Concezione di Maria e la Congregazione delle romite dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine, che erano suore di  clausura, le cui regole saranno approvate da Gregorio XV nel 1623. La santità di suor Orsola, con l’attribuzione del titolo di “venerabile serva di Dio”, fu riconosciuta ufficialmente da papa Pio VI il 7 agosto 1793 nella chiesa  romana di Sant'Andrea della Valle .
 
Da ultimo accennerò ad un toponimo della cui esattezza non sono convinto perché la narrazione è condita di fantasia. In accezione comune il toponimo “sulle Piagge” dovrebbe indicare anche una zona isolata al di sopra di un pendio. Qui entra in campo la fantasia. Abbiamo visto altrove che i Berardi-Ruggeri posero a Cocullo una torre di guardia su un promontorio roccioso; poi evidentemente vi costruirono accanto una cappella e magari anche un piccolo maniero circondato da un fossato che conteneva un corso d’acqua e ne segnava i confini: “Sulle Piagge” potrebbe significare l’ingresso più alto del castello. (Fine II puntata)  

Il bassorilievo della foto n. 1 è stato realizzato con l’aiuto dell’IA

Note
[1] Vedremo che San Filippo conosceva il vescovo di Chieti, futuro papa Paolo IV Carafa, il quale a sua volta era amico del conte Gaetano da Thiene, co-fondatore dell’Ordine dei Chierici Teatini. Di questi personaggi e di altri particolarmente Francescani nel 1983 nella terremotata chiesa di San Domenico esistevano reliquie.