Cocullo Storia
11 Ottobre 2026, 00:04
SFACCETTATURE DI COCULLO
VALORE E SIGNIFICATO DELLA TOPONOMASTICA
Ruggeri è l’eponimo del casato più importante della contea
Nino Chiocchio
In Greco “tòpos” significa “luogo” e “ònoma” significa “nome”: ogni luogo ha un nome e quel nome parla, denuncia il nome o un episodio a cui appartengono nel presente o a cui sono appartenuti nel passato.
Questi “reperti linguistici” hanno un valore grandissimo poiché ci aiutano nelle ricerche e ci possono svelare l’esistenza di attività o di personaggi che hanno meritato un posto nel libro della Storia e che la Tradizione tramanda, spesso in modo più o meno romanzato e sbiadito. In ogni caso essi forniscono un’indicazione utilissima a chi, per esempio, non si limita a catalogare piazze e strade come semplici riferimenti topografici ma perché e da quando portano quel nome.
Sembra che i primi ad essere stati individuati in modo diretto siano stati i fiumi e i monti.
Alle falde della montagna di Pietrafitta scende verso la convalle dell’opposto Casale un itineraro che circa un secolo fa era chiamato “Via dei Saraceni” forse in ricordo delle scorrerie ungare (ma in realtà quella realtà viaria era stata tracciata con il nome della romana consolare “via Valeria”).
Via dei Saraceni
Nel 937, dopo aver devastato il Molise e dopo essere tornati nella base di Capua ed aver riscosso molti ori da Montecassino quale riscatto di monaci prigionieri, i Saraceni “…insuperbiti da tanta vittoria e carichi di una così grande preda passarono nella regione dei Marsi e cominciarono a fare cose simili, incendiando e saccheggiando tutto. Per volere e aiuto di Dio, Marsi e Peligni unirono le loro forze e, preparato l’agguato in gole strettissime, piombarono coraggiosamente su di essi e, sterminandoli quasi tutti, sottrassero alle loro mani una preda ingente di oro, d’argento, di pallii, nonché di animali di diverse specie. Quanti di loro potettero sfuggire alle spade dei Marsi, dispersi in fuga, tornarono nelle loro terre” (“Cronaca del Monastero cassinese” di Leone Ostiense- Ciolfi Ed., Cassino, I, 55 -)[1]
In vari scritti, e, se ben ricordo, nel lavoro “Santa Maria in Campo”, basandomi su autorevoli testimonianze (dal greco Strabone al peligno De Nino) e su alcuni reperti, ipotizzai che molti anni fa il nucleo abitato cocullese occupasse una vasta area (l’estensione territoriale del paese è sproporzionata per Cocullo, il quale, dopo le invasioni barbariche e dopo la peste del 1300, sembra che abbia superato per pochi mesi dell’anno 1468[2] duemila residenti): si allungava dal colle a nord (la roccaforte) e si stendeva giù a valle fin oltre le attuali casalane “Cannavine”, mentre ai lati si arrampicava alle falde delle montagne opposte: ad ovest con “Cortina”, “Triàne” e “Lunghezze”; ad est con alcuni toponimi e località (“Valle Chiocchio, “Vregnone”, “Strani” ed altri toponimi denunciati dai resti di una grossa cisterna ed alcuni vasconi per pigiare le uve). Altri nuclei abitati affiorano qua e là su muretti denuncianti altrettanti locali e sopravvissuti in quanto poi furono adibiti a pagliai (“Le Grotte”, toponimo del colle che sovrasta la “Fonte Nuoiva”). Duemila anni fa Strabone scrisse:
Ora la Valeria comincia da Tivoli, porta verso i Marsi ed a Corfinio, città dei Peligni. Su di essa sono le città latine di Vicovaro e di Carsoli e di Alba, e vicino anche il sito fortificato [3] di Cocullo- “Geografia”, V.
(’H Oualeria d’arcetai men apò Tibourvn, ’agei d’epi’ Marsous kai Korfinion thn tvn Pelignvn mhtropolin. eisi’ d’en auth Latinai poleis Oualeria te kai Karso
loi kai ’Alba, plhsion de kai polis Koukoulon)
Altrove mi sono soffermato abbondantemente su questa testimonianza importante. Ora mi riallaccio ad essa per notare che se gli “antici”, cioè i nostri avi, conoscevano come “Via dei Saraceni” o “Via Cupa” (l’uso di un aggettivo che di per sé evoca il fragore delle armi e il terrore della strage, quindi la pericolosità del luogo) il tracciato che scende dalla montagna, sotto “Pietrafitta”, forse ignoravano che Strabone lo aveva calcato prima di loro. Ed allora, al tempo del geografo greco, quel tracciato era più largo e uniforme: sul n.9 del 15/12/1899 della “Rassegna Abruzzese di Storia ed Arte” De Nino affermò che in contrada Castiglioni “si scorge la traccia di una strada antica, strada che probabilmente dovea volgersi a nord[4], in direzione di Prezza, per ricongiungersi alla Claudia-Valeria. In un punto la stessa traccia, oggi, porta il nome di via Saracena[5] … ed ho osservato che ha una larghezza media di otto metri”. In un altro numero della Rivista (11/12 del 15 agosto/dicembre 1900) aggiunse: “…secondo Strabone la Valeria da Alba (e certamente poi da Cerfennia, Collarmele) scendeva per Cocullo a Corfinio”. Poi: “La via Valeria non rimanea però così chiusa e tronca a Corfinio[6], ma continuava oltre”, cioè “verso i Peligni Sulmonesi assumendo il nome di Numicia e dirigendosi verso il Molise, l’Irpinia e la Puglia.”
Sempre il De Nino scrisse in un altro numero della “Rivista Abruzzese di Storia e Arte”: “A sud-est la traccia (intagliata nella roccia) scomparisce. Ma siccome dirimpetto c’è una contrada, andando verso ovest, detto Triàna e Civitélla, così è ovvio poter supporre che quella strada conducesse a un pago esistente nella detta contrada, per andarsi poi a ricongiungere con l’altra antica via che passava sotto Anversa e Castro Valva”. Inoltre tutti sappiamo che il tracciato lambisce il Casale (“plesìon Coucoulon”= presso Cocullo, aveva scritto Strabone), cioè in un punto dell’antico “pago” protetto in alto dalla roccaforte.
Infine Van Wonterghem (“Superaequum, Corfinium, Sulmo” della Collana “Forma Italiae”- Olschki Ed.,1984):
“…nella frazione Casale [di Cocullo…] rimangono molte tracce di un importante “pagus”…Ruderi di edifici antichi, ora scomparsi, furono individuati soprattutto nella zona a SO di Casale, “Triàne”, dove dalla tradizione popolare viene situata una città scomparsa, Trianèlla…muri in “opus quadratum” e “opus caementitium” ed elementi architettonici furono accertati più in basso a “Cortina” e nell’abitato stesso;
…Ai piedi del monte Prezza, di fronte a Casale di Cocullo, giacciono sparse alla superficie molte lastre di pietra,… sul fianco meridionale del monte Prezza, nella località “gli Strani”, sarebbero state trovate tombe e pietre lavorate;
Nella zona “S. Carlo” [rispettivamente] e “S. Mercurio” presso il cimitero di Anversa [in realtà ai Casali], venivano accertati laterizi sparsi e recipienti fittili antichi. Una chiesetta “Sancto Mercurio” …in Flaterno[7] è attestata nella cronaca dell’abbazia di Montecassino.
…Ai piedi del monte Prezza, di fronte a Casale di Cocullo, giacciono sparse alla superficie molte lastre di pietra,… sul fianco meridionale del monte Prezza, nella località “gli Strani”, sarebbero state trovate tombe e pietre lavorate;
Nella zona “S. Carlo” [rispettivamente] e “S. Mercurio” presso il cimitero di Anversa [ai Casali], venivano accertati laterizi sparsi e recipienti fittili antichi. Una chiesetta “Sancto Mercurio” …in Flaterno[8] è attestata nella cronaca dell’abbazia di Montecassino.
Nella catena montuosa che separa la valle del Giovenco dalla valle di Cocullo, a Campo Castino, a S di Serra Palancara, sarebbe da localizzare (su un cocuzzolo a quota m 1617) un centro fortificato peligno.”
Caduto nell’abbandono dopo che erano sopraggiunte calamità, invasioni saracene, peste del 1348 che avevano provocato la fuga verso la roccaforte, il paese si sgretolò e gli abitanti della valle cercarono protezione e aria pura nella parte alta, e con loro, come scrisse lo storico aquilano Monsignor Antinori (“Annales”), i frati della grancia di San Giovanni in Campo che avrebbero portato con sé le reliquie di San Domenico. Nel corso di una visita pastorale (1356) Monsignor Silanis elencò fra i paesi visitati “Cuculum cum villis”: evidentemente il paese si era già frazionato.
Oggi restano alcuni toponimi, qualche reperto e citazioni autorevoli:
M. Carla Somma, “Siti fortificati e territorio”, Fr. Palombi Ed., Roma 2000, p. 63: “La via que fuit antiqua... saliva ai piedi della montagna che divide il bacino fucense dal versante valvense di Cocullo. Questo asse viario che doveva mettere in relazione i due versanti della montagna, è noto da un passo di Strabone (Geogr.V,3,11) e doveva essere più antico del tracciato poi seguito dalla Tiburtina-Valeria attraverso il valico di Forca Caruso. Quest’ultimo dovette prevalere nell’uso a scapito del vecchio percorso, che rimase però evidentemente in uso almeno a livello locale.” E a conferma riporta la notizia del giudicato tenuto nel 970 vicino la “via que fuit antiqua” dall’imperatore Ottone I “in territorio marsicano, in ipso campo Casti, ad ipsam civitatem Marsicanam[9]”, ed arguisce che la località possa essere identificata nell’attuale Campo Castino.
La prima Valeria, la Valeria costruita per volere del censore Valerio Massimo nel 356 a. Cr. per favorire l’espansionismo romano, quella poteva costituire un antico “calle” prima di diventare dove tratturo e dove tratturello, dopo che sul basolato erano risuonate le spade dei legionari romani e dei guerrieri italici, poi le asce e i forconi marso-peligni che soffocavano il rimbombo dei tamburi. Infine il tracciato dovette disegnare una caprareccia larga in alcuni punti e in altri soffocata dagli sterpi. Ma sempre frequentata da qualche eremita, da qualche mercante-pastore e da tante pecore e capre (nel 1600, prima della moria, solo a Cocullo c’erano circa ottomila ovini).
Insomma resta (sicuramente restava ai tempi della mia gioventù) il ricordo di quell’odonimo (Via dei Saraceni); perché resisteva, questo odonimo, dopo tante vicissitudini gravi da cui dovrebbe essere stato travolto? Forse per rispondere a questa lecita obiezione: essendovi in questa tormentata parte d’Abruzzo molte gole, proprio nella nostra convalle (magari nella parte più angusta e a forchetta) avvenne la disfatta saracena del 936? Non me la sento di rispondere affermativamente.
Via del Calvario
Uno dei lettori cocullesi emigrati ha letto qualche mio testo in cui ho citato la via del Calvario, quando, parlando oppure scrivendo della toponomastica o dell’anagrafe locali (e lo farei in avvenire se potessi o dovessi scoprirne altri), mi sono attenuto ai nomi relativi con quelli documentati nei registri e negli atti del Municipio, poiché non mi convincono affatto le motivazioni – quando ci sono – contenute nelle delibere adottate dalle varie amministrazioni comunali in fatto di invenzione o cambio della toponomastica cittadina; faccio due esempi: l’ex “via Pacchiarotta” è stata intitolata recentemente “via Porta di Manno”, mentre l’ex via Porta di Manno iniziava sotto un arco ora distrutto (al termine di via Piazza Larga, vicino la casa di Valentino Di Clemente, e conduceva al castello).
Ed ora torniamo a “via del Calvario”. Già una traccia molto verosimile risale alla seconda metà del Milleottocento, quando vennero al paese due Padri Passionisti ed installarono una croce, alta oltre un metro, su un blocco di cemento nel quale è scolpita pure la data precisa dell’installazione; di più: fino a pochi anni fa (e forse anche attualmente) sulla roccia che costeggia la parte sinistra di via del Calvario, all’inizio della stessa e qualche metro dietro la croce, uno sconosciuto devoto incise rozzamente dei crocifissi ancora visibili pure se sono molto abrasi. Che può significare l’abbinamento di quei graffiti e del Crocifisso proprio all’inizio di una strada se non il percorso di una processione? Secondo me due cose: una è che l’attuale via della Stazione (ferroviaria) non esisteva se non come viottolo di campagna e che l’abitato finiva lì, almeno da quella parte: l’altra che la via su cui passava la processione era più lunga. La certezza ce la dà il testamento di un nonno, che abitava in una casa ubicata sulla stessa via, in cui era scritto che lasciava l’abitazione ad una nipote, adesso quasi novantenne, la quale conserva il documento. In un pensierino pubblicato online il 5 gennaio 2021, dopo essere tornato nella zona del Curro ed aver osservato attentamente le scalette di cemento che portano all’orto del compianto Gino Mascioli (soprannominato “l’ebreo”), mi accorsi che quelle continuavano con un viottolo soffocato dalla terra rimossa. Allora ipotizzai che, siccome durante le mie passeggiate lungo l’attuale via della Stazione la diramazione della stessa, verso le abitazioni della famiglia di Pietro Volpe e dei suoi discendenti, è troppo breve per raggiungere due soli abitati, quella diramazione doveva salire verso il Curro e poi forse si biforcava a destra in una stradina che scendeva verso le “Casette” e a sinistra verso il borgo ora ridotto a ruderi abbandonati quasi del tutto, per ricollegarsi con il borgo vecchio tramite via Canale.
(fine I puntata)
Note
[1][1] Le scorrerie furono fatte ai primi dell’anno 900 d.Cr..
[2] Prima del 1400 forse la signoria di Cocullo comprendeva gli abitanti di borghi limitrofi per i tumulti legati alle vicende della Maiella, frequentata da molti eremiti, fra cui San Celestino.
[3] Pòlis (pòlis) = città, rocca, paese fortificato: questa la definizione più esatta. Infatti in latino Cocullo fu definito “oppidum”, cioè fortezza italica di altura.
[4] Forse cominciava qui, scendendo a Prezza, la Via Numicia: quindi partendo dal diverticolo Marruvio-Cocullo.
[5] Qui ricordata con quel nome dai nostri vecchi.
[6] Secondo il mio modesto parere la Valeria continuava prima di Corfinio: ai tempi di De Nino la via che fu antica si confondeva fra le caprarecce.
[7] Chron. Cas., Liber II, cap. 8, col. 594 A. E ancora nella visita pastorale del 1356 mons. de Silanis cita tale chiesa che faceva parte del territorio cocullese. E’ confortante l’informazione dell’autorevole archeologo belga il quale lascia capire che il Flaturno scorreva da Cocullo ad Anversa.
[8] Chron. Cas., Liber II, cap. 8, col. 594 A.
[9] San Benedetto dei Marsi (N.d.A.).

