Il lunedì del direttore

Lo spopolamento dei nostri paesi montani non è l’esito finale di un processo ma è il processo stesso

Lo spopolamento dei piccoli paesi è un fatto umano e sociale in continua evoluzione ed ha radici molto lontane, che mettono in rilievo un dinamismo legato al movimento delle popolazioni e alla trasformazione del modo di abitare il paese e il territorio. Col termine spopolamento s’indica la riduzione del numero di residenti per effetto di fenomeni di abbandono e per il saldo naturale. 
Dal punto di vista demografico, lo spopolamento è la conseguenza diretta di due fattori: l’abbandono dei luoghi di origine da parte di consistenti flussi di popolazione e la riduzione dell’incremento naturale dovuto a chi rimane nel luogo di origine. Ad aggravare la situazione, come scrive l’antropologa culturale Anna Rizzo, in missione a Frattura e nella Valle del Sagittario per conto dell’Università di Bologna, è la “costruzione mediatica”, che cancella e non riconosce quelle pratiche di vita ancora presenti, per cui vengono definiti: abbandonati, vuoti, disabitati, chiusi, “paesi fantasma”, dove ogni forma di abitare è negata.
Per non andare molto lontano nel tempo, già nell’Alto Medioevo, si registrò una forte diminuzione della densità della popolazione in determinate zone per i radicali mutamenti socio-economici, come l’industrializzazione che provocò l’abbandono delle campagne, delle zone montane, dovuto alla mancanza di strutture sociali e alla tendenza all’inurbamento. 
In Europa le aree e le popolazioni rurali si riducono quotidianamente, mentre si moltiplicano le megalopoli, le conurbazioni, le comunità urbane, le tecnopoli.
In Italia è stato un fenomeno che si è aggravato dagli anni 1950, all’interno di un sistema capitalista e neoliberale, dovuto al processo di crescita che coinvolse l’industria settentrionale e, al tempo stesso la crisi del settore agricolo meridionale che determinarono un imponente fenomeno di emigrazione di massa dal Sud. 
Solo negli ultimi anni lo spopolamento si è imposto come un vero e proprio problema nazionale a cui trovare risposte o addirittura soluzioni nell’immediato  per non mettere a rischio la coesione del Paese nonché la sua tenuta economica, sociale ed ecologica. 
Se nelle campagne pubblicitarie il silenzio diventa merce da mettere a disposizione in un’ottica di “turismo rurale” (Berti, Brunori, Guarino, 2010), per chi abita il paese stabilmente il silenzio è il segno forse più lampante del calo demografico e dell’abbandono di alcune aree del paese, in particolar modo il centro storico.
Il problema per essere affrontato seriamente, secondo alcuni studiosi, necessita di un approccio multidisciplinare, che metta in evidenza il suo essere in continua evoluzione. Occorre, quindi, che prima sia compreso e poi “controllato” per una ricontestualizzazione capace di collocarlo nello spazio e nel tempo. Capire la complessità dello spopolamento, significa puntare a scardinare l’idea  per cui i luoghi toccati da tale fenomeno siano entità chiuse, immobili, escluse dai principali processi di modernizzazione.
La lotta contro lo spopolamento genera, in chi amministra e opera in paesi in crisi di abitanti, una forte spinta 
all’azione, cercando di proporre una nuova immagine e di far sì che esso possa reggere la competizione con altri territori nel meccanismo di finanziamento dei progetti “per bando”, per dare una possibile “nuova vocazione” al suo paese. Succede anche che si presentano progetti che non hanno più credibilità, come l’ammodernamento di campi sportivi in paesi dove i ragazzi non si contano neppure in una sola mano.
La mancanza di opportunità lavorative spinge, in particolare i “giovani adulti” a tentare fortuna altrove o per lo meno a idealizzare l’altrove come luogo della possibilità. 
Chi decide di restare in paese più prendere due strade: “galleggiare” e accontentarsi di piccoli lavoretti spesso sottopagati e precari o mettere in moto un atto creativo per inventarsi qualcosa, inerente ai suoi studi, alle sue capacità per costruirsi un futuro in paese.
Attualmente il turismo nei nostri piccoli borghi non rappresenta un vero e proprio settore economico poiché è sottodimensionato per capacità ricettiva, e perché mancano quasi del tutto reti di offerta e servizi complementari.
Alcuni comuni credono di risolvere il problema con il sistema del “travaso”, cioè dalla trasposizione di modelli, di competenze, di progetti e persino di persone dall’esterno verso il paese con attività di residenza temporanea o di attrattività turistica.
Lo spopolamento è serio e va affrontato, per quanto riguarda i paesi dell’Alta Valle del Sagittario, con un approccio multidisciplinare, che metta in evidenza il modo di fermare o rallentare il suo essere dinamico e, quindi, come tale può essere deviato, rallentato o invertito. 
Grazie alla Cree l’azienda di componenti elettronici, sita a Villalago, molti giovani resteranno nel loro paese di origine.