La maldicenza come arte: una mostra collettiva a L’Aquila

Trentaquattro artisti hanno accettato la sfida di interpretare con pennelli e colori una delle tradizioni più particolari dell’Aquila: la critica agnesina, quella che ogni anno accompagna i festeggiamenti per Sant’Agnese. La presentazione della mostra si è tenuta  nella hall dell’Hotel Castello, in piazza Battaglione Alpini. Un’occasione per scoprire come la satira popolare possa diventare linguaggio visivo. Non mancano gli artisti internazionali. Svetlana Nikitina porta uno sguardo esterno sulla tradizione aquilana. Florin Pantiru fa lo stesso. Accanto a loro, Amelia Palumbo, Franca Pasqualone, Adriana Petrella, Paolo Pietraforte. E ancora Patrizia Prospitti, Laura Rosati, Renato Salvatore. Mimmo Tunno e Sandra Tiberti completano il quadro degli adulti. Patrizia Vespaziani chiude l’elenco degli artisti individuali.
Il concorso si chiama “Gli artisti per Sant’Agnese”. È la seconda edizione. L’organizzazione è de “L’Arte in Bottega”, nell’ambito del 21° Festival della critica sincera e costruttiva “Il Pianeta Maldicenza”. Un festival che dura da ventuno anni e che ha fatto della battuta pungente una forma di identità cittadina. Quest’anno il tema è stato affidato ai pittori. Il risultato è una galleria di visioni diverse, dove la tradizione incontra l’interpretazione personale.
La maldicenza agnesina ha radici antiche. Non è offesa gratuita. È critica sociale fatta con ironia. Colpisce vizi e difetti senza risparmiare nessuno. I potenti, i politici, i cittadini comuni. Tutti possono diventare bersaglio. Ma sempre con una regola: la critica deve essere intelligente, mai volgare. Deve far ridere e far pensare. Il festival la celebra da ventuno anni. Ora anche la pittura si aggiunge alla tradizione letteraria.
Le opere in mostra interpretano questo spirito. Alcune sono figurative, altre astratte. Alcune usano la satira grafica, altre il simbolismo. Ogni artista ha trovato il proprio modo di raccontare la maldicenza. Il risultato è un mosaico di stili che riflette la complessità della tradizione stessa.