Valle Peligna Ricorrenze
12 Gennaio 2026, 07:10
Commemorato a Sulmona Carlo Tresca, il socialista e sindacalista sulmonese assassinato a New York
Redazione
Commemorato ieri mattina a Sulmona Carlo Tresca, il socialista e sindacalista sulmonese, avvocato e giornalista, ottantatre anni fa assassinato a New York. A ricordarlo sono stati Riccardo Verrocchi del Centro studi Tresca, insieme ad Italia Gualtieri ha deposto il mazzo di garofani rossi, ai piedi della stele che ricorda “l’esule e martire della libertà”. Il Centro studi si sta attivando per la nascita della biblioteca dedicata alla vita e all’opera di Carlo Tresca. Un primo scaffale è già allestito nei locali della Camera del Lavoro. L’omaggio a Tresca si è concluso con il canto del “Bella ciao” e di una canzone popolare abruzzese, eseguiti da Michele Avolio e Daniela Frittella.
Riportiamo un articolo di Ezio Pelino dal titolo: Morte di un ribelle romentico.
L’11 GENNAIO 1943 Carlo Tresca aspettava il verde al semaforo all’angolo buio fra la Quindicesima strada e la Fifth Avenue. Lo attendevano ad una riunione della Mazzini Society. Gli spararono alle spalle. Una pallottola lo colpì alla schiena, un’altra alla testa. La morte fu istantanea. L’ignoto omicida scomparve su una berlina nera sulla Quindicesima. Il suo assassinio scosse l’America. Il grande filosofo e pedagogista John Dewey, suo amico, lo pianse: ”Abbiamo perduto un uomo che portava un meraviglioso amore all’umanità”. Persino il “New York Times”, solitamente polemico con lui, gli rese omaggio: ”L’assassinio di Carlo Tresca elimina un uomo ch’era capace di esprimere e di ispirare dissensi violenti, ma che soltanto un fanatico esasperato poteva odiare”. Al funerale, insieme ai lavoratori per i quali aveva lottato per una vita, c’era una folla di scrittori e di sindacalisti.
L’anarchico Tresca era nato a Sulmona nel 1879, direttore del giornale socialista “Il Germe”, fu più volte condannato per diffamazione continuata a mezzo stampa. Nel 1904 era riparato negli Stati Uniti passando per la Svizzera, dove aveva conosciuto Mussolini. Il futuro Duce, allora socialista, lo aveva giudicato politicamente poco radicale e gli aveva augurato che le esperienze negli Stati Uniti lo facessero maturare verso posizioni più estreme. In America, nel fuoco delle lotte operaie, diventa un grande organizzatore, uno straordinario oratore, un sindacalista famoso. Prolifica e instancabile la sua attività di pubblicista. Dirige “Il Proletario”, organo della Federazione socialista italiana, poi, fonda “La voce del Popolo”, in seguito, a Filadelfia, “La Plebe”, che poi trasferisce a Pittsburg. A New York, da direttore de “L’Avvenire”, continuò le sue battaglie sociali e sostenne le sue idee pacifiste contro la Prima Guerra Mondiale. In seguito alla soppressione d’autorità de “L’Avvenire”, prese a stampare “Il Martello”, che pubblicò fino alla morte.Tresca lottò per salvare gli anarchici Sacco e Vanzetti, arrestati nel 1920 con l’infamante accusa dell’assassinio di due operai durante una rapina ad un calzaturificio. Il caso divise l’America per anni. Con i suoi giornali e attraverso infuocati comizi e dibattiti, Tresca fece assumere al caso giudiziario risonanza mondiale. Ma, inutilmente, nel 1927 vennero “giustiziati” sulla sedia elettrica. Solo nel 1977 il Governatore del Massachusetts riconobbe ufficialmente la loro innocenza e gli errori della corte. Negli anni Trenta si schierò a difesa espulso dall’Urss ed esule in Messico. Insieme a personalità e intellettuali di diversa fede politica, partecipò, nella capitale messicana, ai lavori della commissione, presieduta da John Dewey, incaricata di valutare le accuse rivolte al grande rivoluzionario russo dai “processi di Mosca” voluti da Stalin. Il controprocesso si concluse con la totale assoluzione di Trotskij dai presunti delitti contro l’Urss e con la denuncia delle “purghe” sovietiche. L’esule Trotskij espresse grande riconoscenza a Tresca: ”Spero che mi consentirete la stima profondissima che porto a voi come ad uomo che è un combattente dalla cime dei capelli alla punta dei piedi. ” La giustizia sociale e la libertà furono i costanti obiettivi del nostro concittadino. Per lo scrittore John Dos Passos: ”La libertà dell’individuo fu la sua costante passione”. Per il filosofo Sidney Hook era: ”una specie di personaggio del Rinascimento”, il suo “gioioso entusiasmo“ per l’impegno politico e sindacale gli proveniva da uno“straordinario amore per la vita”. Era un ribelle romantico, un “gladiatore” instancabile, il più stimato e rispettato dal movimento rivoluzionario
americano. Fu arrestato trentasei volte sempre per le sue lotte politiche e sindacali. Ma chi fu l’assassino e chi il mandante? Nel corso del tempo si sono fatte molte ipotesi. Tanti erano i suoi nemici, dagli stalinisti ai fascisti, alla mafia. Aveva combattuto tutti con lo stesso coraggio e la stessa passione. Lo stalinista fanatico Pietro Allegra, che lo aveva dichiarato “politicamente morto”, voleva la “sua eliminazione dalla società” e riteneva “un dovere porre fine al suo deleterio, disgustoso lavoro”. Anche “L’Unità operaia” di New York aveva sostenuto che
“l’isolamento di Tresca è un’elementare misura di autodifesa per tutto l’antifascismo”. di Leone Trotskij. I fascisti, poi, si erano accaniti contro il sindacalista sulmonese. Aveva subito svariati attentati dinamitardi. Uno, proprio sotto la sua sede di lavoro, causò la morte di tre degli stessi attentatori. Fu rapito e un sicario gli tagliò la gola, quattro volte gli spararono. Dopo il suo assassinio, un mafioso, Carmine Galante, uomo del boss Vito Genovese, fu arrestato, ma rilasciato dopo un anno. A lungo il sospetto per la sua uccisione e quella di Troskij gravò sullo stalinista Vittorio Vidali. Inutilmente la “Tresca Memorial Committee”, composta da tutti coloro che lo conoscevano e stimavano, come John Dewey e Angelica Balabanoff, si impegnò per ricostruire i fatti. Inutilmente chiese giustizia. Nessuno ha pagato per il caso “Matteotti d’America”. Recentemente, nel 2001, Mauro Canale - lo storico divenuto famoso per la rivisitazione dei rapporti fra Silone e il fascismo – avuto accesso alla documentazione americana finalmente desecretata, è arrivato alla conclusione che la polizia aveva visto giusto. La condanna a morte di Carlo Tresca fu eseguita dalla mafia, da Carmine Galante, picciotto del boss Vito Genovese, ma l’ordine era partito da Roma, dai gerarchi fascisti.

