La chiesa di Padre Quirino, Celestino V e la vera cultura dell’Aquila 

Perché, quando si parla della chiesa di Piazza d’Armi di Padre Quirino, descriviamo un luogo che ha incarnato, nel silenzio e nei fatti, i valori più profondi su cui L’Aquila fonda la propria identità: accoglienza, volontariato, compassione, comunità, arte come servizio e spiritualità vissuta. 
Era il 2012 quando, in passato dopo aver ricevuto riconoscimenti, stima e ruoli pubblici, mi ritrovai improvvisamente solo. Avevo vissuto passioni vere nello sport, nel corpo forestale e nell’arte. Credevo nello spirito di squadra, nelle relazioni, nella lealtà della comunità. Poi arrivò un momento di sofferenza estrema e scoprii una verità amara: nel bisogno, la città che mi aveva acclamato mi aveva dimenticato. 
Scomparvi dalla vita sociale per circa quattro anni. Compresi che molte amicizie, se non sono fondate sulla compassione, durano quanto un’eco. Poi resta il silenzio. 
Fu allora che bussai e una sola porta mi aprì, quella della chiesa di Padre Quirino. 
Andai da lui in uno stato di solitudine totale, convinto di essere stato abbandonato da tutti, persino da Dio. Mi trovavo in un deserto dell’anima, sentendomi l’ultimo tra gli ultimi. Quegli ultimi che conosco bene, perché vengo da una famiglia numerosa che ha conosciuto fatica e riscatto. 
Padre Quirino mi accolse, senza giudizio, senza condizioni. 
In quella chiesa, nata dopo il terremoto, ho visto il sostegno a persone povere, fragili, bambini, persone semplici, libere dall’arrivismo e dal carrierismo. Lì è avvenuta la mia rinascita, anche come scultore. Un’arte che non cercava consenso, ma verità. Un’arte che non era produzione, ma resistenza. 
Dopo un periodo buio, un viaggio a Medjugorje aprì uno spazio interiore, nuovo. Poi arrivò la malattia. Durante la chemioterapia realizzai i Sette Dolori di Maria legati alla Madonna Fore: opere nate mentre il mio corpo era provato, ma lo spirito restava vigile, ancorato a una dimensione alta, il sostegno di quella chiesa e di padre Quirino fu determinante ancora una volta. 
Quelle sculture, donate alla comunità, furono collocate lungo la Via Matris, tra San Giuliano e Madonna Fore, inaugurata proprio da Padre Quirino, nel 2018 dopo anni di attesa. Ogni figura racconta il dolore della Vergine: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù, l’incontro sul Calvario, la Crocifissione, la Deposizione, la Sepoltura. Testimonianze di resilienza, di fede incarnata, di dolore trasformato in condivisione. 
Gli unici presenti furono Padre Quirino e i confratelli delle confraternite: custodi silenziosi della tradizione, della sacralità, della vera cultura aquilana. Perché la cultura non è visibilità, la cultura è memoria viva che porta alla compassione. 
Quella chiesa non è solo una chiesa. 
È stata un oratorio, un centro culturale, un luogo di musica, arte, dibattito, accoglienza. Ha ospitato persone comuni e figure istituzionali ed è stata un simbolo vivo della cultura aquilana. 
Eppure, oggi c’è chi la definisce “abusiva”. 
Chi usa questa parola dovrebbe interrogarsi sul significato profondo dell’abuso. Perché, se è abuso accogliere, ascoltare, dare dignità, allora molte liturgie pubbliche, molti eventi celebrativi, molti palchi pieni di parole e vuoti di gesti dovrebbero essere chiamati allo stesso modo. 
Ed è qui che emerge una contraddizione evidente.
C’è chi ama definirsi, a microfono acceso, donna, madre, cristiana;
C’è chi sventola rosari come simboli identitari;
C’è chi, si china davanti a una Porta Santa battendosi il petto, dinanzi uno scatto fotografico. Ma intanto si smantellano anche con le parole i luoghi che accolgono davvero i figli dei poveri. Si chiudono le porte a chi chiede ascolto, riparo, pane e dignità.
La fede diventa scenografia, il Vangelo uno slogan, la spiritualità un accessorio.
Cristo non ha mai cercato consenso né protezione dai potenti.
E Maria non è un’icona da esibire, ma una madre che resta sotto la croce. 
La chiesa di Padre Quirino nasce sugli stessi principi di Celestino V: rifiuto del carrierismo, rifiuto del potere come misura del valore umano, scelta radicale degli ultimi. Principi oggi spesso svuotati e trasformati in rituale elitario. 
Se Celestino V viene ridotto a simbolo buono per cerimonie e onori, e se si smantella la chiesa fondata sugli stessi valori, allora si tradisce la storia e la cultura dell’Aquila. Così come la Perdonanza, quando diventa palcoscenico separato da teli oscurati, staff e barriere, lasciando i figli dei poveri ai margini accanto agli invisibili. 
Ricordo che La cultura non è spettacolarizzazione, la cultura è condivisione e formazione della spiritualità. 
Il Vangelo è chiaro: il giudizio finale non si basa su chi dice “Signore, Signore”, né su chi attraversa una porta una volta l’anno, ma su un passaggio, ogni giorno, in una porta stretta fatta di compassione. 
Questi gesti concreti da Gesù vengono identificati in azioni per nutrire gli affamati, accogliere lo straniero, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati. 
“Se non lo avete fatto a uno di questi piccoli, non lo avete fatto neanche a me” disse il Messia. 
La chiesa di Padre Quirino sosteneva tutte queste verità cristiane. 
Demolirla significherebbe demolire una verità scomoda: 
che la vera cultura non nasce dal potere dell’apparire in programmi di partito, ma dalla compassione per chi non è utile alle basse fazioni terrene. 
Ho sentito dire che c’è chi ritiene superata la fase emergenziale post sisma e di conseguenza, non più necessario mantenere questa struttura, ma il terremoto avrebbe dovuto insegnarci il valore della prevenzione e nel caso di un evento improvviso, un luogo come questo probabilmente potrebbe comunque rappresentare un punto di riferimento e di riparo per i nostri figli e per la comunità. 
Io non posso e non resterò in silenzio per amore di questa città e per gli insegnamenti da quel luogo ricevuti.