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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo XV - Aida

Il 6 marzo del 1966 Travetti ebbe una macchina nuova, color celeste, e le appioppò il nome evocatore della marcia trionfale: Aida. Venne un’altra “850  FIAT” in cambio della gloriosa Peppinella (che aveva bisogno di un restauro per £270.000: cambio gomme, ritinteggiatura a tutta la carrozzeria, ecc.)e 300.000 lire. Curiosa la coincidenza con la ricorrenza dell’incidente avvenuto due anni prima a Manoppello (8 marzo 1964). Capita che quando uno si fa un’automobile nuova, si trova anche qualche amicizia nuova; non fu così per Crescenzo, il quale ne aveva già abbastanza, di amicizie. Nella stragrande maggioranza erano amici buoni. I maschietti erano racchiusi in un ventaglio che si apriva con Lucio, passava per i Tonini molisani e si chiudeva con Tonino di Pescara (o di L’Aquila, dov’era nato); gli altri amici avevano a volte le doti dell’uno e a volte quelle dell’altro. Lucio e Tonino (Aq) disdegnavano le parrucche: l’uno era filosofo e l’altro più capitano degli alpini che prof di Matematica. Lucio, per via d’un’innata fobia della boria, era schivo e irriducibilmente ostile ai capricci della moda nonché al fumo della vanagloria; Tonino, spirito pratico, privilegiato dalla sua conformazione atletica, sapeva navigare fra i marosi di questa società arida e stanca, a costo di mettere in opera ogni artificio (era Alpino!) senza abbandonare il fare scanzonato, per conseguire il contingente, anche quando questo era riposto nelle grazie di una fanciulla. Era logico che un rappresentante degli amici partecipasse alla prima passeggiata con la macchina nuova, che poi Enzo lasciò e rientrò a casa; qui gli arrivò una telefonata da Roma. Era il primo valore che reclamava la sua parte, visto che gli altri due (automobile e amici) erano stati accontentati: erano mamma e papà, che ancora una volta raccomandavano cautela e saggezza. 
Però lui, il giorno seguente, aderì allo sciopero. Ancora non sa se lo fece per lo stesso motivo che aveva determinato parecchi colleghi; ma scioperò. Ad ogni buon conto, si disse, quando il tempo è propizio bisogna pur solennizzare le trovate di questa nostra(?) repubblica fondata sul lavoro garantito dal diritto di sciopero, anche se poi si puó discutere che sia proprio un diritto dacché l’erario coarta la volontà degli scioperanti operando sulle retribuzioni le ritenute relative alle giornate di mancata prestazione del lavoro (d’altra parte non sarebbe stato morale il fatto per cui la giornata di sciopero fosse retribuita: si sarabbe privilegiata la  posizione del lavoratore nei confronti del disoccupato, il quale non aveva ritenute per il semplice fatto che non aveva stipendio). Come che sia - il fine giustifica i mezzi -, a Travetti quel giorno di festa faceva comodo: a parte l’inaugurazione di Aida, si stava per celebrare la sagra del paese e la sera precedente tornò sulle sue montagne.
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Il primo giovedì di maggio - Dalla cima di un colle dell’Appennino centrale svettano il campanile di un santuario famoso e la torre sgretolata di un antico castello. Intorno, dalla piazza alle falde della collina, si sviluppa una teoria di vecchie e rustiche case. Ai limiti di un angusto orizzonte, racchiuso in una corona di montagne, a primavera si svela il trionfo dello scenario agreste in mezzo a cui scivola il nastro d’argento che allieta con uno sciacquio ininterrotto la solitudine dei campi e dei pascoli conferendo un’ulteriore nota georgica al quadretto: è il Rio della Pezzana[1]. E’ il ruscello che, scivolato a valle, prima di confondersi con il prepotente fluire del fiume Sagittario, mormora alle orride gole una leggenda che la fede e la tradizione hanno trasformato in realtà. Nei tempi remoti del paganesimo gli antenati adoravano qualche divinità (Epicuro? Ercole? Flora? Cerere?) in onore della quale celebravano cerimonie che forse coinvolgevano anche lupi e rettili, ed a cui verosimilmente venivano attribuite virtù nella guarigione dei soggetti affetti dal dolore dei denti o morsicati da animali velenosi. Gli indigeni quindi coltivarono, fra le calende e le none di maggio, il rito florale che il trascorrere dei secoli e l’avvento del Cristianesimo hanno intaccato (appena marginalmente) solo nella veste esteriore. Infatti la statua di un santo benedettino, che prima del 1824 era solennizzato soltanto il 22 gennaio e il 22 di agosto, ora, ogni primo giovedì di maggio (il giorno, sembra, in cui si celebrava la solennità esterna prima del 1824) sfila tra moltitudini attonite e devote in un groviglio di rettili. Cristo distrusse gli idoli, ma la religione popolare e la tradizione salvarono poi le leggende che aleggiavano sulla roccia di una Terra, l’Abruzzo, che è custode gelosa delle sue memorie.
Come tutti gli anni, si svolse la famosa “processione coi serpi”. Ormai tutti sanno in che consiste l’antica cerimonia; ma quasi nessuno, salvo i protagonisti, conosce il curioso ed imprevisto episodio che quell’anno ne adombrò i margini con un’ulteriore pennellata di colore vivace. Ecco cosa accadde. Quando la processione esce dalla chiesa, i serpari iniziano la “vestizione” della statua del Santo con le serpi vive e, solitamente, issano il rettile più grosso sulla cima dello stendardo. Questo, portato da un uomo robusto, precede la processione stessa di dieci-venti metri. Quell’anno in questo spazio, proprio dietro al portatore dello stendardo, si incuneò un gelataio col suo speciale triciclo carico di dolce miscela. Il commerciante era ricorso a quello stratagemma evidentemente per accelerare la vendita del suo prodotto e, altrettanto evidentemente, non aveva pensato o non sapeva che quando la temperatura esterna è troppo bassa o troppo alta le bisce tendono ad allentare la presa. Fu proprio quel che avvenne: la bestia cadde pesantemente nella vasca dei gelati fra schizzi e coni rovesciati rimanendovi intorpidita; ma per poco, poiché il gelataio, dopo un attimo di indecisione, con somma disinvoltura e perizia, la afferrò scagliandola fra le gambe di alcuni malcapitati curiosi che, presi dal panico, non ebbero il tempo di pensare se costui si stava vendicando perché poco prima avevano preferito comprare noccioline anziché gelati. Quindi il valoroso ambulante si allontanò col suo triciclo, si avviò lungo il Parco della Rimembranza, che è una specie di circonvallazione, e sfociò nella piazza principale, dove continuò a vendere la sua merce trovando tanti acquirenti ignari dell’accaduto. Travetti, che aveva assistito alla scena dalla terrazza della sua abitazione, per nulla turbato, anzi, abbastanza divertito, scese nel piano sottostante e gustò il più ricco pranzo dell’anno, il quale ha, nei confronti degli altri banchetti, un ingrediente esclusivo: il sapore della “festa”. Purtroppo la digestione impose il ricordo dell’antico adagio che suona “Finita la festa, gabbato lo santo”. (Continua)

[1] Molti anni fa scorreva abbondante in tutte le stagioni; ora, quasi secco, cerca di risvegliarsi a primavera.