COCULLO: DA FORCA CARUSO AI TEMPLARI A S. CELESTINO E A S. ANTONIO

"...Io Maio, nel nome di Dio abbate del monastero di S. Vincenzo, che fu fondato alla sorgente del fiume Volturno, rendo noto che il suddetto nostro monastero per giudizio di Dio fu preso dai Saraceni, e si sa che fu bruciato con il fuoco e distrutto, e che tutto il tesoro, ovvero tutti gli utensili e gli arredi sacri sono stati rubati e depredati da quella stessa nefandissima gente degli Agareni(95), e il rimanente fu bruciato con il fuoco. Moltissimi dei nostri fratelli, inoltre, sono stati presi in quell'occasione e portati via prigionieri; alcuni di loro giacciono ancora in prigionia e gemono sotto il giogo di quelli; altri nostri fratelli invece sono stati uccisi e gli altri, che sono rimasti, in questi duri tempi sono costretti alla fame e alla nudità. E dopo questo ci accadde anche una maggiore disgrazia, mentre noi giravamo a causa dello stato di necessità totale del nostro monastero, nel quale esso era caduto a causa dei Saraceni che devastavano e distruggevano tutto. Accadde infatti, a causa di tutti i nostri peccati, che il nostro monastero, detto di Apiniaco, come vedemmo, era stato preso e distrutto, e tutto l'oro e l'argento e le vesti preziose e tutti i sacri arredi erano stati predati; essi lasciarono il monastero bruciato con il fuoco. I nostri fratelli, dispersi qua e là, giacciono in gravi necessità. Noi perciò, già nominato abbate, essendoci riuniti dopo non molto tempo con i nostri fratelli, prendemmo a pensare ad ogni nostra necessità, come potessimo riuscire a nutrire e vestire noi e i nostri fratelli, o a salvare qualcosa di ciò che è necessario per il nostro monastero, ovvero come potessimo riscattare dalla prigionia quei nostri fratelli che sono in cattività. Preso quindi consiglio con loro, ci parve del tutto idoneo (stabilire) che, se avessimo trovato una persona che volesse prendere alcuni beni del nostro monastero con un accordo, ovvero con un livello, e che ci prestasse dell'argento, tramite il quale potessimo salvare qualcuna delle cose necessarie per il nostro monastero, gli avremmo dati beni, servi e ancelle del nostro monastero..." (Cronaca del Volturno, FSI 59, II 74).
Vari e veri studiosi hanno approfondito e illustrato ampiamente gli episodi che seguono, naturalmente senza soffermarsi sui particolari irrilevanti per la grande Storia; io, da dilettante, li riassumo e li articolo in modo da evidenziare gli aspetti su cui si è sorvolato e che possono ipoteticamente (ma credibilmente) inerire alla storia patria di Cocullo, il mio paese.
Già ho condiviso in pieno, altrove, la convinzione secondo cui, considerata soprattutto la contiguità fra Roma e l’Abruzzo, il Cristianesimo sia entrato in questa regione verosimilmente attraverso il corridoio marsicano, e in Ciociaria (vaste aree fertilizzate dall’avversione al paganesimo romano, sorretto da un sistema basato sulla schiavitù e sulla preminenza imposta agli altri popoli dalla “pax romana”) prima che in altre plaghe italiane ed europee. La nuova religione, specie dopo il periodo longobardo, fu attratta da sovrani e signorotti come la potenza a cui ancorarsi per mantenere i propri possessi e magari ingrandirli. Il Cristianesimo si diffuse presto anche in Francia la quale, non una volta, cercò di strumentalizzarlo e porlo al servizio della sua politica: per questo vedremo che  i Galli ebbero un ruolo rilevante in un evento storico che ha avuto forti ripercussioni nella nostra provincia e (forse) anche a Cocullo. E, siccome dei tanti misteri e problemi che costellano il Medio Evo, per me non è accettabile che restino irrisolti quelli che possono interessare il mio paese, sono costretto a trarre una conclusione ricorrendo a indizi validi che potrebbero permettere agli esperti di accettare questa provocazione e a sviscerare nell’Alto Medioevo storico-religioso’ regionale (almeno).
In altri scritti ho tracciato la trama di temi per noi interessanti, ma, non essendo collegati fra loro pur essendo convogliati chi più chi meno verso uno stesso fine, si limitavano a snocciolare un raccontino fine a sé. Ora tenterò di riassumerli articolandoli fra loro.
I monasteri di Forca Caruso- (Nella Valle di San Marco) …il B. Gio. Folignate allorché vi fabbricò il suddetto Tempio di San Marco col suo Romitaggio, dove in processo di tempo fu costruito il Monistero de’ Celestini abitato da certi compagni di San Pietro del Morrone… Apro con questo brano del discusso (da certi cronisti) Mons. Corsignani, il quale, a mio parere, non è stato fortunato: passi per le notizie riguardanti la Diocesi di Venosa, di cui fu vescovo, ma non per quelle sui Marsi e sui Peligni, dove fu trasferito dalla sede venosina: infatti era celanese e fu il Vescovo che consacrò a Cocullo la chiesa di San Domenico nel 1746. Considerato che cerco di ricucire storie molto lontane, ammettiamo che possa esserci qualche imprecisione toponomastica, ma riconosciamo pure che anche sui territori di Pescina e Collarmele verso Forca Caruso sin da tempi remoti erano stanziati eremiti e poi monaci che avrebbero fatto qualificare “Ferrato” il valico.
Attorno all’VIII secolo sorgevano sul valico di Forca i monasteri di San Nicola e di San Rufino (i santi erano gli stessi indicati nel Martirologio con il nome che comunemente li contraddistingue, ma lassù avevano l’attributo “Ferrati”). I monaci praticavano ascesi e preghiera, oltre a soccorrer ed ospitare nei rispettivi ospizi i viandanti quasi come faranno gli Ospitalieri Antoniani (meglio noti come Cavalieri del TAU che a Cocullo affiancheranno e completeranno l’opera dei Templari) dediti all’assistenza e alla cura dei malati di lebbra (il “fuoco di Sant’Antonio?”) ed oltre al disboscamento di appezzamenti di terreno per poi lavorarli ed a svolgere attività caritativa e didattica ai contadini che pian piano popolarono i dintorni dei loro monasteri: giustamente la loro è stata definita ”Congregazione Cassinese di Prima Osservanza” e quindi compresi fra i primissimi Benedettini.  Due secoli fa Luigi Colantoni ha affermato che sotto l’antico Arco di Livia Augusta, vicino all’antica stazione militare ed ospitaliera del monte Imeo, a contatto della via Valeria, alle falde del medesimo monte Imeo e del monte Baullo, a 1100 metri dal livello del mare, verso il V secolo dell’era cristiana sorse, sotto il titolo di San Rufino, un grandioso monastero ed ospizio con vasto fabbricato, come dimostrano gli avanzi de’ rottami e delle macerie di pietre da fabbrica nell’ampia area ove esso si ergeva nella valle che ancora ritiene la  denominazione di San Rufino… Dunque i monaci si erano generosamente assunti l’oneroso e pericoloso compito di rifocillare e proteggere i viandanti e i mercanti su quel duro passo montano: li aveva spinti il valore cristiano della solidarietà o il simbolismo di chi aspira ad incontrare Dio lassù, in alto? O solidarietà e simbolismo insieme? E’ la solidarietà cristiana, la solidarietà celestina. I due complessi sorgevano a qualche chilometro dal pericoloso passo e nelle direzioni opposte fra loro. Quello di San Rufino forse nacque qualche decennio prima dell’altro, nella zona impervia a pochi chilometri dal valico.
Purtroppo i due monasteri furono poi preda di devastazioni saracene. Il grosso dei monaci di San Nicola Ferrato si rifugiò nell’ospizio dei proietti che essi avevano a Pescina e per l’attività benefica, da loro presto ripresa (accoglienza ed educazione dei bimbi abbandonati nonché dei bisognosi) furono abbondantemente rimunerati; invece i monaci di San Rufino, il cui monastero era stato distrutto e incendiato nel corso dell’incursione. si dispersero sulle montagne vicine: e sulla loro sorte calò un nebbione fitto. Uno spiraglio di luce piove dal grosso lascito che attorno al 1000 fece Ruggero conte di Celano (risulta da atti ufficiali) al Monastero di San Nicola, mentre non mi sembra chiaro il fatto per cui non sono esplicitamente nominati quali oggetto della donazione pure quelli di San Rufino, soprattutto ove si consideri che lo storico marsicano,  il quale scriverà poi pure che i monaci dei due monasteri erano confluiti nel 1300 nella Congregazione degli Spirituali (questo il primo nome che il fondatore dei Celestini aveva dato ai seguaci). I monaci dispersi si erano riorganizzati tre secoli dopo confluendo nella prossima Congregazione degli spirituali? E quelli di San Nicola, dapprima indecisi, erano tornati sotto l’usbergo vescovile? E il titolato, cercò di accattivarsi, come facevano quasi tutti i suoi colleghi, il vescovo preoccupandosi soltanto di quelli di San Nicola, i quali dipendevano da una sua Diocesi, e non degli altri, che dipendevano da nesuna Diocesi. A questo punto rifletto sul fatto per cui a volte la cronaca si ferma davanti alla porta socchiusa: busso e nessuno risponde; allora mi faccio coraggio e la spingo perché suscita la mia curiosità la versione del professor Colantoni. Infatti egli aggiunse che il papa santo aveva emanato una Bolla (1294) fondendo i religiosi del monastero di San Nicola nella Diocesi marsicana (e quindi soggetti al Vescovo dei Marsi) ai religiosi di San Rufino, i quali ultimi, però venivano sottratti alla giurisdizione vescovile, e nello stesso giorno stabilì di associarli tutti all’Abbazia di Santo Spirito e quindi alle dipendenze  dirette  del Priore. Sempre secondo il Colantoni, morto San Celestino nel 1296, il successore Bonifacio VIII con una Bolla del 1298 annullò parzialmente quella di Celestino e stabilì la dipendenza, come grangia, della chiesa e dell’ospizio di San Nicola dall’ospedale romano di Santo Stefano in Sassia, ignorando la sorte di quelli di San Rufino Ferrato (vien da pensare che quei poveracci siano stati vittime della damnatio memoriae bonifaciana inflitta a Celestino V e ai suoi seguaci.  E’ per questo che non si fa cenno né ai primi priori né all’Abbazia monumentale?). Stando così le cose, si potrebbe arguire che i monaci di San Rufino si fusero con quelli di Santo Spirito.