Cocullo Elzeviri
28 Settembre 2025, 07:01
IL POETA DELLA TRANSUMANZA
Edia e la “Cisterna”, Lionello, Bertrando e gli intrecci pastorali
Nino Chiocchio
“…E vanno pel tratturo antico al piano/ quasi per un erbal fiume silente/ su le vestigia degli antichi padri…”
I tratturi furono uno strumento importantissimo per l’economia e per le tradizioni: i pastori portavano (“traevano”) le pecore al cardatore o al macellaio e nel contempo tramandavano (tradere) nel loro viaggio le tradizioni degli “antichi padri”. Già, quando il piccolo D’Annunzio scorrazzava tra Porta Nuova e San Vito Chietino con i suoi compagnucci, fu rapito dal fascino del caravanserraglio di uomini e bestie transumanti e lo descrisse in un appunto che qualche anno dopo fu sviluppato nella poesia “I pastori” che fa parte della collana “Alcyone”. Aveva seguito con i suoi amichetti il convoglio rumoroso per il suono di flauti e fischietti, per il belare delle pecore ed il ringhio dei cani-pastore. Aveva notato o saputo che quello spettacolo si ripeteva ogni anno, in autunno: “Settembre, andiamo…” dalle montagne dell’Italia centrale, dopo aver affrontato e superato rupi e valli, l’ “erbal fiume silente” aveva trascinato la pittoresca carovana sulle coste dell’Adriatico, “che verde è come i pascoli dei monti”. Allo stupore del pastorello, stupore che gli si era stampato sul viso, faceva riscontro il suo fremito nell’assistere al “tremolar della marina”; lo scenario era lo stesso dei secoli precedenti (“senza mutamento è l’aria”), restava immutato: mentre le pecore erano sempre “imbiondate” dal sole come la sabbia.
Il Vate si arruolò volontario nella cavalleria (Lancieri di Novara) nel 1915 a cinquantadue anni: ormai non era più quel ragazzino di Porta Nuova, ma un esperto cavaliere e, forse durante una licenza, volle seguire a cavallo i pastori transumanti anche sulle montagne, volle conoscerli bene e parlare delle loro abitudini e delle loro storie. Seppe così, forse, che a Cocullo i pastori tornavano a maggio[1] per festeggiare pure il loro patrono; seppe così che ad Anversa degli Abruzzi qualche secolo prima si era consumata una tragedia nel castello dei Sangro, dove il Poeta-drammaturgo ambientò “La fiaccola sotto il moggio”, i cui protagonisti però erano vissuti in periodi e luoghi diversi, dalla regina Giovanna di Napoli agli Acclozamora (in ogni caso pare di aver capito che la tragedia si svolge al tempo del tramonto angioino)[2].
Su una montagna, sopra a quella della “Selva”, a occidente di Cocullo, lungo il percorso Scanno-Forca Caruso, tratturello del più grande Celano-Foggia, montagna sulla cui cima corre lo spartiacque fra la zona marsicana e la valle peligna, qualche chilometro prima dell’Olmo di Bobbi era fissata su una spianata una “posta” attrezzata per il passaggio delle greggi: un piccolo e rozzo edificio (foto 1) (ristrutturato vent’anni fa, foto 2) per il ristoro dei pastori e, alla parte opposta, un grosso abbeveratoio (foto 3, 4) che forse nell’Ottocento trasformò il nome alla località: la “Cisterna”. La zona prima era chiamata “Vaschie de tume” (Vasche di timo). Il nome è poetico e a questo punto è opportuno riportare un brano scritto da Luciana Cosmai, “Le pietre senza tempo dei pastori” (vedi “La civiltà della transumanza”, a cura di Edilio Petrocelli, Cosmo Iannone Editore, 1999): il pastore “realizza la sua dimora lungo le vie della transumanza… le innumerevoli costruzioni scandiscono il paesaggio e colorano i campi, incorniciando le strade e i sentieri. Le pietre sono lì, sulle montagne, si cavano dalla roccia e si lavorano con l’uso di semplici strumenti… Il ricovero del pastore rappresenta un esempio tipico dell’uso della pietra che, senza il ricorso a lavorazioni, strumenti particolari o malte leganti, viene montata a secco per realizzare strutture in equilibrio che ricalcano il modello arcaico della tholos greca…” (foto 4)
Beh, ora la fantasia vuole spazio. Impone l’immagine del Vate seduto in mezzo ad un gruppo di pastori anversani e cocullesi ai quali lui chiede i loro racconti e questi ultimi, ancora insonnoliti per le scalate notturne con la luna piena, intrecciano confusamente le loro memorie rispettive confondendo la trama della futura tragedia dannunziana. Gli Anversani ebbero un compito più difficile in quanto narrarono alcuni lacerti di una tradizione secolare che comunque evoca un periodo che corre da Giovanna regina di Napoli a Lionello Acclozamora; i Cocullesi invece furono più fortunati in quanto, entusiasti del recente lancio dell’originale festa patronale, alla cui propalazione collaborerà lo stesso D’Annunzio, serpari essi stessi, narrarono la leggenda del serparo che il Poeta immortalerà inserendolo nella trama fornita dal racconto degli Anversani: “ … O Edia, quando porti/ le serpi al Santuario,/ scendi per la Pezzana e pel Casale/ fin o ad Anversa…”.
E quella località diede il nome alla “Cisterna santa” per la sacralità che le conferì l’incontro fra poesia e transumanza.
Focalizziamo l’attenzione sui seguenti accadimenti e riflettiamoci sopra per aiutare la memoria confusa dei pastori anversani e plasmarla sulla poetica dannunziana.
Nell’estate 1463 Jcobella, visto che il papa Pio II caldeggiava l’infeudamento di suo nipote Antonio Piccolomini nella signoria di Celano, andò a Tivoli per parlare direttamente con il pontefice onde perorare la causa del suo secondogenito Pietro anziché del primo figlio Ruggerotto, nella successione dovunque questa avvenisse. Intanto erano avvenuti fatti turbinosi nel segno di spade e lance roventi. Gli Angiò avevano sentito franare il terreno del loro reame già ai tempi dei Vespri Siciliani (1282); Carlo II d’Angiò era andato a prelevare sulla Maiella Pietro del Morrone e lo aveva fatto consacrare papa a L’Aquila per avere il suo benestare per il possesso del Regno; la rapacità dei sovrani francesi culminò nella ultradecennale (settanta anni) Cattività Avignonese nell’usura di Filippo il Bello, feudatario imperiale della contea dei d’Angiò; in questo clima rispuntò l’abbazia della Real Valle. Questa ebbe un’incisiva luminosità durante il regno degli Angioini e la sua decadenza coincise con quella di questi ultimi, fra cui le due Giovanna d’Angiò. Quando il regno dei d’Angiò scomparve e gli stessi sovrani cercarono di riagganciarsi ai parenti di Carlo Martello, il nipote di Carlo II d’Angiò che era venuto con questi sulla Maiella nell’estate del 1294, decadde pure l’abbazia della Real Valle, alla quale diede il colpo di grazia il disastroso terremoto del 1456; tuttavia il monumento malridotto cercò di sopravvivere, ma evidentemente i numerosi commendatari che si avvicendarono alla sua guida e con le ultime regine d’Angiò di Napoli perse tutto il suo splendore; dopo varie vicende alla fine del XIX secolo fu consegnato alle suore Alcantarine[3] (lascito)
Le prime Alcantarine fecero vita in comune comportandosi come le suore di Sant’Orsola Benincasa le quali, prima vissero sparse sui rilievi napoletani poi si riunirono alle falde del Vesuvio: erano riformatrici. Per lo stesso motivo si è dovuto risalire all’Ordine maschile, il quale aveva anticipato di secoli quello femminile: il ritorno rigoroso al Vangelo dopo una svolta troppo brusca che stava diremmo “istituzionalizzando” la corruzione anche nell’alto clero (Basso Medioevo). Per questo le Alcantarine si riallacciarono alla corrente che espresse l’esigenza di una riforma caldeggiata anche dalle ultime dame della linea di Antonio Piccolomini (v. articolo pubblicato su “Il Gazzettino della Valle del Sagittario” online il 27 settembre 2022).
Mi hanno colpito, mentre leggevo “La fiaccola sotto il moggio”, alcune eventuali strane coincidenze che potrebbero riuscire a integrare le memorie frammentate dei pastori e la fantasia del poeta-drammaturgo. E così riemerge la prima parte: secondo il Poeta Bertrando Acclozamora, parente di Tibaldo de Sangro, avrebbe insidiato la lussuriosa Angizia anche per interessi personali. E se l’Acclozamora si fosse chiamato Lionello?
Pare sicuro che Icobella potrebbe essere stata Jacovella o Giovannella Berardi Ruggeri della Ratta di Ocre, cioè la stessa che nel 1422 ereditò la contea di Celano dal fratello Pietro e che ebbe tre figli di nome Ruggero, Pietro e Isabella. Il periodo in cui ella visse evidentemente corrispose al tramonto dei Ruggeri nel feudo. Essa stessa era di origine spagnola, quindi si sentiva sempre più forte il vento degli Aragonesi. Forse era il tempo in cui l’intelligente, bella, esuberante nobildonna andava raminga in cerca di un feudo in sostituzione di quello che aveva posseduto e per questo si era incontrata con il pontefice Pio II. Giunta al confine della contea, lo sorpassò e quindi chiese ospitalità nel maniero dei Sangro[4] ad Anversa.
Il fiume Sagittario, dall’alto della valle, incanalato nel 1938 presso Villalago per alimentare una centrale elettrica, e non certo “silente”, tramite i suoi rigagnoli, più a sud trovò poi un feudo a Giovannella.
Note
[1] La “remenuta”, il ritorno primaverile delle greggi dallo svernamento sul Tavoliere delle Puglie.
[2] COROLLARIO POSSIBILE (v. il mio recente scritto sulla vicenda intitolata “Petrejus”)- Cerchiamo di illustrare ora quanto la Tradizione sia di supporto alla Storia.
Presso Scafati (oggi in provincia di Salerno) sorgeva un’abbazia cistercense intitolata a Santa Maria di Realvalle, o Santa Maria della Vittoria. Fu voluta da Carlo I d’Angiò nel 1274 entusiasta per la vittoria riportata sugli Svevi vicino Benevento.
[3] Pietro d’Alcàntara fu un mistico e riformatore francescano dell’Ordine dei frati minori, che originerà la corrente dei frati scalzi(1499-1562); in particolare, sono così chiamati i seguaci: “quei francescani scalzi, spagnoli (detti anche pasqualiti da Jean Pasqual per il ritorno agli Osservanti nel 1563 ad opera dello stesso frate), che durante la vita di lui si unirono con i conventuali.” (Treccani)
[4] Gli ascendenti di Giovannella avevano ereditato i territori verso il Sangro, per cui poi questi avrebbero preso il nome dal territorio di provenienza.





