Su San Domenico Abate

Ci rammarichiamo per l’onore che non fece adeguatamente la letteratura religiosa al nostro Santo Patrono, del quale ricordo la tempestiva beatificazione. Eppure San Domenico di Sora fu uno dei primissimi riformatori gregoriani: non ha lasciato tomi ponderosi? Sembra; ma, di grazia, la sua instancabile predicazione, la sua attività di costruttore di edifici sacri, non sono più importanti dei tomi? E poi ebbe il tempo di scrivere? Che sia stato uno dei primi riformatori lo scrivono, sia pure “en passant” dato ché si prefiggevano altri scopi, medievalisti di fama mondiale, quali Picasso[1]: Più vicino all’influenza di Montecassino fu il movimento monastico sorto nell’Italia centrale a opera di san Domenico di Sora. Nato a Foligno, egli fu fecondo costruttore di monasteri durante le sue peregrinazioni, chiuse la sua vita nel 1031. dove fondò il monastero di Santa Chiara…
 
Il prof. Melchiorre riporta un passo degli Annali dell’Antinori in cui si dice che il culto del Santo sarebbe stato originato “dai monaci di San Pietro del Lago, e precisamente da Vincenzo e Marino di Anversa e Angelo di Casale di Bugnara, scrivendo testualmente Da quei monaci s’era propagata in Cucullo la venerazione di S. Domenico Abate e fondatore del Monastero di S. Pietro. In nota, a margine del testo l’Antinori aggiunge perfino la data: 22 Aug.1392”.
E continua “Sintomatici, al riguardo, possono essere alcuni fogli manoscritti del 1778, provenienti da Magliano e indirizzati al Vescovo dei Marsi, in cui vengono denunciate le azioni di violenza ed immoralità commesse, nel maggio di quell’anno, dal chierico Cassiano Pozzi ed altri giovinastri in località Femina Morta presso il valico di Forca Caruso. Il chierico ed i suoi giovani amici si recavano in pellegrinaggio al Santuario di Cocullo e, strada facendo, si preparavano spiritualmente all’incontro con il Santo cantando canzoni ignominiose ed assalendo i viandanti che incontravano sul loro cammino…” E continua riferendosi alla partecipazione delle classi colte ed egemoni riportando l’esempio “del medico aquilano Venanzio Lupacchini, scienziato, illuminista e razionalista, autore di scrittti scientifici sull’idrofobia, il quale, morso da un cane rabbioso e visti inutili tutti i rimedi della medicina,… i culti popolari nascono molto spesso da un processo di reinterpretazione allegorica della liturgia ufficiale e dalle norme e consuetudini stabilite dalla comunità organizzata...”

Sembra che l’episodio del chierico Pozzi si Cocu possa collegare a una lettera anonima del 1781 con cui un Cocullese chiedeva al re la chiusura di una osteria nella quale si svolgeva una cerimonia offensiva nei confronti di San Domenico.
 
Stabilitomi a Roma ebbi la possibilità di dilettarmi anche negli archivi e nelle biblioteche romani, e, allorché fui collocato a riposo, riordinai tutti gli appunti presi (ovviamente compresi quelli abruzzesi –L’Aquila, Cocullo,ecc.- e poi li meditai leggendo autori  di vaglia che avevano seriamente studiato le origini del culto cocullese: il primo lume venne dal professor Profeta, il quale, peraltro, faceva risalire le origini ai riferimenti sicuri, cioè al 1589 (relazione di una Visita Pastorale)[2], pur non escludendo la preesistenza di culti (“Un culto pastorale sull’Appennino”, Libreria Universitaria Editrice, Pescara 1988): pure il professore riporta un appunto che io avevo preso nell’Archivio com.le di Cocullo e che riassumo in corsivo: Nel 1781[3]un anonimo[4]cocullese  spedì da Sulmona una lettera al re in cui chiedeva di far chiudere un’osteria, sita vicino alla chiesa di San Domenico, dove si celebrava un rito offensivo verso il Santo.
A questo punto era prepotentemente spontanea l’associazione articolata solennità esterna (Bolla del 1824)-chierico Pozzi e medico Lupacchini (Melchiorre)-osteria blasfema (1781).
Coppola ricorda, oggi, che l’inno sorano a San Domenico ”Laetare iam Campania” fu inserito nel 1802 nell’Ufficio liturgico previsto per la festa del 22 gennaio, il dies natalis di san Domenico, allorché il vescovo di Sora[5] Agostino Colajanni (1777-1814), su rescritto del pontefice Pio VII (1800-1823[6]), ordinò che l’Ufficio venisse ampliato e modificato:
Gioisci, orsù, Campagna/ ed esulta onda del Liri,/ con inni sacri a Domenico/ applaudi, città di Sor … Egli dalle febbri guarisce,/ e dai morsi velenosi dei cani,/ dai veleni e dalle ulcere/ e da tutte le malattie… Proteggi insieme anche/ Cucullo e Foligno,/ supplici ti preghiamo/ che doni dal cielo per tutti impetri. 
Una nota toccante é rimasta impressa nella mia mente: l’immagine di quella signora inginocchiata davanti alla statua di San Domenico esposta a un lato della piazza della Madonna[7]. Il terremoto di appena un mese prima (aprile 2009) aveva danneggiato seriamente le strutture della chiesa patronale e alcuni volenterosi erano riusciti a mettere in salvo i simulacri dei santi. L’ultimo Protettore del paese aveva trovato ospitalità nei locali del municipio e, in occasione della messa celebrata dal Vescovo, la sua statua era stata portata nella vicina piazza principale del paese. Da dove veniva quella devota pellegrina, non più giovane ma soltanto matura, la quale aveva ricalcato le orme di tanti pellegrini che nei secoli scorsi erano venuti a piedi ed erano stati condotti a Cocullo da una fede forse più ingenua ma sincera, anche se non evoluta e raffinata come la sua? 
Riflessi: il problema dell’inserimento delle usanze nel nuovo credo cristiano, abbracciato incondizionatamente dagli ex pagani non si pose: se dovevano manifestar e amore per il prossimo, quegli ingenui non capivano perché dovessero disprezzare le bestie. Quindi il primo riflesso era scaturito non meno di sei secoli prima che nascesse Domenico; nel suo peregrinare Pietro del Morrone giunse in questa zona dal monastero di San Pietro Avellana e questo fa pensare che nell’ultima sosta l’eremita sia stato affascinato dal rigore religioso dell’eremita folignate. 

NOTE
[1] “Dall’eremo al cenobio”- Ed. Garzanti-Scheiwiller, Milano 1987. Notare che in un volume di circa 750 pagine, e contenente alcuni saggi scritti da importanti studiosi, Picasso, soffermandosi sui seguaci di San Benedetto e immediatamente dopo i movimenti cluniacensi e prima di Romualdo e Pier Damiani, cita San Domenico.
[2] In verità un primo documento potrebbe anticipare la data di cinque anni: si tratta di un vecchio busto di San Domenico recentemente rinvenuto nella sagrestia della chiesa e datato 1584.
[3] Da notare che la lettera fu scritta tre anni dopo lo scandalo che aveva suscitato il chierico Pozzi a Forca Caruso e scendendo al Santuario di Cocullo.  
[4] NdA- Io ho supposto che l’anonimo fosse l’Arciprete Don Crescenzo Arcieri, forse uno dei primi parroci, fra queste montagne, ad essere formati secondo i canoni stabiliti nel Concilio di Trento pur sapendo vivere,  nell’atmosfera illuminista, in un paese di montanari.
[5] Mi sembra inutile ricordare che il Folignate fu sepolto a Sora, in cui sono custodite le sue spoglie mortali.
[6] Notare che l’anno seguente (1824) fu concessa ai Cocullesi la duplicazione della Festa a maggio da un altro papa, Leone XIII.
[7] Sulla fede imperitura dei devoti forestieri esistono testimonianze molto più recenti.